mercoledì 8 febbraio 2017

l'astrattismo di bruno aller

 Bruno Aller è uno dei più importanti maestri dell’astrattismo contemporaneo. Il lavoro  di Aller ha una conduzione rigorosa, quella di “un artista intellettuale che si interroga sull’essenza dell’arte, senza che il pensiero soffochi la creatività e il gesto” (Simona Pandolfi). Essa parte da una riflessione sulla forma, una forma che talvolta appare disarmonica ma che è la base per la creazione dello spazio pittorico in cui essa compare.



Continuando in questa direzione, la forma elaborata da Aller ha una valenza progettuale precisa, ma si avvale anche di quello che egli definisce “valenza emozionale”. In tal modo il maestro romano costruisce un impianto segnico e cromatico che a tutta prima risulta chiuso, finito, ma che invece lascia delle sezioni che sono degli autentici punti di fuga attraverso i quali l’opera potrebbe continuare, o meglio, ricominciare a manifestarsi in un continuo divenire.




In questo modo la pittura di Aller diventa per l’osservatore un luogo di riflessione: l’opera è ipoteticamente in continua crescita, e in questo modo anche il fruitore assume su di sé la possibilità di crescere e modificarsi, e proprio attraverso il combinarsi di queste due azioni può contribuire, anche in piccola parte, a modificare il mondo.


mercoledì 25 gennaio 2017

le lettere di rudy pulcinelli

Lo spazio della Galleria Lara e Rino Costa  di Valenza sembra adattarsi perfettamente all’opera di Rudy Pulcinelli, artista pratese tra i più importanti autori contemporanei. Il bianco che costruisce lo spazio diventa il fondale per accogliere le sculture concepite e costruite come susseguirsi di lettere, ugualmente bianche, che caratterizzano la sua opera. Esse divengono in questo modo emanazioni dello spazio, aggetti tridimensionali, che creano un preciso rapporto con il fruitore. Non importa la materia con cui Pulcinelli ha creato le sue lettere, autentici segni snaturati nel loro significato assoluto, non importano le loro dimensioni, esse sono frammenti di discorsi, baleni di idee che si moltiplicano nella babele delle lingue contemporanee.



Le lettere di Pulcinelli appartengono a vari alfabeti, sono l’essenza della cultura, sono la comunicazione allo stato puro, rappresentano un mezzo di emancipazione del genere umano, affermano la possibilità di interagire e sconfiggere la morte che interrompe il nostro eloquio, poiché è attraverso il segno scritto che ciascuno di noi continua a vivere.




Le lettere, come già detto, non costruiscono frasi o proclami, esse si propongono come elementi di dialoghi immaginari, si distendono sulle superfici, si muovono intrecciandosi per costruire qualcosa che sta a noi estrapolare. Le culture rappresentate dai segni alfabetici non sono più distanti tra loro, esse partecipano alla creazione di un linguaggio universale, un linguaggio che sottolinea la straordinaria volontà di essere compresi ovunque e da chiunque.

lunedì 16 gennaio 2017

re/turning Out_opere scelte dal F.R.A.C.

Le opere esposte al Castello del Monferrato rappresentano un estratto antologico di alcune tendenze dell’Arte contemporanea. Si tratta in particolare di evoluzioni concettuali che attraverso la contaminazione insistono sulla combinazione di segni figurativi e verbali che in molti casi riescono a costruire dei racconti di senso solo apparentemente compiuto. La rappresentazione linguistica si mischia a quella plastica, la fotografia si integra con la videoinstallazione, in modo da scorrere sui binari paralleli della somiglianza, comunicando gli esiti di esperienze senza priorità o precedenze.

È difficile fare un discorso generale, ogni artista meriterebbe una singola trattazione e ciò permetterebbe di comprende appieno la portata del lavoro nel quale essi sono coinvolti e del quale, bene o male, sono protagonisti. Il discorso che può essere fatto è che ogni opera si presenta come un sistema metartistico a sé, che trae spunto da realtà quotidiane che appartengono all’universo visivo di chiunque, fermandole e estraendole dal flusso temporale continuo e disordinato nel quale sono calate.

Ribadendo l’eterogeneità dei linguaggi, l’esperienza che si ha di fronte alle opere d’arte contemporanea proposte in mostra, si caratterizza attraverso il confronto tra i diversi artisti che operano in questo contesto culturale, artisti che si allineano comunque nell’intento principale di produrre arte mediante l’impiego di documentazioni fotografiche o di reperti corredati da testi scritti. Essi sono: Armando Andrade, Rosa Barba, Etienne Chambaud, Karen Cytter,Gintaras Didziapetris, Sam Durant, Cyprien Gaillard Robert Kusmirowski, Josephine Meckseper, Tom Molly, Lisa Oppenheim e Danh Vo.

martedì 7 giugno 2016

le puntine da disegno di carlo pasini

L’arte di Carlo Pasini è sorprendentemente accattivante. Nel contesto di un discorso di sperimentazione che parte dalla fine degli anni Novanta del Novecento, essa costituisce uno dei più interessanti nuclei di sperimentazione plastica attualmente praticati in Europa. Mischiando elementi Pop e (iper)realisti, Pasini ottiene un prodotto che si colloca idealmente tra passato e futuro. Le sculture da lui proposte, realizzate su una base di poliuretano espanso ricoperto da puntine da disegno o frammenti di materiali colorati, perlopiù pietre o vetri, raggruppano una serie di animali che vengono proposti in atteggiamenti fortemente dinamici, in contesti che evocano i diorami dei musei di Storia naturale e che sembrano interpretare frammenti di video o immagini naturalistici a grandezza naturale.

                                                                                  (foto Sara Pasini)



Lasciando da parte le sculture di animali (attualmente a Palazzo Bottigella a Pavia), Pasini  realizza per la mostra presso i locali della Comunità ebraica di Casale  una sorta di installazione che comprende un tappeto che riprende il disegno della pelle di un serpente e, sempre un'immagine dell’uomo vitruviano. La sua azione artistica avviene posizionando delle puntine da disegno direttamente sul pavimento, seguendo un procedimento simile a quello di un mandala tibetano. L’opera sarà poi sottoposta all’azione dei visitatori che ne varieranno la struttura con interazioni casuali e non predeterminate, provocando rumori simili a quelli della coda del crotalo o di certi strumenti musicali. Inoltre, Pasini vuole invitare il pubblico a riflettere sul materiale stesso, sulla suo essere cromaticamente accattivante e nello stesso tempo capace di pungere, di fare male. Il secondo elemento dell’installazione è una serie di sedili ottenuti con strutture fatte in forma di puntine da disegno conficcate in strutture litiche, sedili sui quali sarà possibile sedersi e meditare sulle possibilità evocative che animano dell’arte di Pasini.


                                                                                            (foto Sara Pasini)

L'artista ha dichiarato che l'immagine dell'uomo vitruviano simboleggia la nostra esistenza e il nostro essere. In un momento di grande crisi e confusione, sembra doveroso riflettere su noi stessi e sul nostro operato, individuale e collettivo. L'uomo al centro dell'universo si è un po' smarrito. La pelle di serpente indica il mutamento, il cambiamento, la possibilità e la capacità che ha l'uomo di adattarsi per sopravvivere. lo scorrere della vita è ciò che siamo, ma soprattutto ciò che vogliamo essere.

martedì 17 maggio 2016

jacques pion idoumeni

Idoumeni è un luogo che è diventato famoso solo da poco tempo. Idoumeni è una località di confine tra la Grecia e la Macedonia; è un luogo dove una ferrovia si ferma creando un reticolo di binari che si allarga come un rivo d’acqua che incontra un ostacolo. Lì sono giunti e sono stati bloccati migliaia di migranti provenienti dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afganistan, gente in fuga da luoghi devastati dalla guerra. Lì hanno atteso che le frontiere venissero aperte per permettergli di raggiungere la Germania, la Svezia o altri posti lontani dall’orrore dal quale volevano prendere le distanze.




Ma Idoumeni non era molto meglio dei luoghi che lasciavano. Jacques Pion, reporter francese di fama internazionale, ha documentato la situazione dei migranti con una serie di scatti che sembrano illustrare più l’inferno dantesco piuttosto che una porta verso la speranza. Le immagini raccontano di un posto nel quale le tenebre si insinuano ovunque contendendo lo spazio ai fuochi allucinati accesi dai migranti. È dicembre e le ombre si stagliano nel freddo dei Balcani. Uomini, donne, vecchi, bambini si confondono diventando un’immagine che colpisce per il suo dinamismo caotico, denunciando una vergogna dalla quale nessuno può sentirsi estraneo.

venerdì 1 aprile 2016

al margine delle macerie

Esiste un’immagine che possa diventare emblema di questo inizio di secolo? Sono passati più di 16 anni da quel giorno e la velocità con cui si muove il mondo ci rende difficile ricordare anche quello che è accaduto solo poco tempo prima, ci impedisce di mettere a fuoco la successione degli eventi che dal capodanno del 2000 a oggi ha segnato le nostre esistenze.



Quanti sono quelli che hanno applaudito l’avvento del primo giorno del terzo millennio e ora non ci sono più? Quanti sono quelli che non erano ancora nati e adesso stanno cercando di dire la loro? Quanti sono quelli che hanno visto le loro esistenze cambiare? Quanti sono quelli che hanno lasciato situazioni prive di speranza per cercare qualcosa di meglio per se stessi e per i loro familiari? Seguendo il filo di queste domande si profila dunque un’immagine che potrebbe essere il simbolo di questi anni. Un barcone affollato in mezzo al Mediterraneo, volti pieni di perplessità, con negli occhi un’altra domanda: “che ne sarà di me?”.




Soffermarsi su questi volti, cercare di adoperare l’arte per dare una nuova dignità a chi ha messo in gioco tutte le proprie certezze per offrire le proprie forze a una nuova comunità, ecco il senso profondo dell’installazione di Ruben Esposito e Ernesto Fidel. Si tratta di un percorso nei quali i volti sono carichi di drammaticità, e ciò che viene evocato assume connotazioni epiche. I lavori dei due artisti, dei mezzibusti in materiale litico per Esposito e oli su tela per Fidel, lavori che non interagiscono tra loro e che rimangono isolati nella loro essenza, pensati come una risposta che Ruben dà a Fidel, quasi a voler evocare la freddezza e la distanza di chi, convinto delle proprie sicurezze, forte del suo essere cittadino di un mondo pieno di privilegi, dovrebbe accogliere e comprendere, creano gli elementi per una narrazione della vita reale: alcuni di essi sono scampati, sono dei sopravvissuti assorti nei loro pensieri, indifferenti l’uno all’altro, dei nuovi Odisseo che vorrebbero raccontarci le loro storie; altri sono quelli che non vogliono ascoltare, che non riescono a capire che è impossibile fermare la Storia . Ma forse non è necessario che arrivino a tanto, infatti questi volti sono talmente chiari da diventare essi stessi messaggi emotivi – come direbbe il fotografo August Sander –. Le immagini di questi migranti rappresentano il dolore e la sofferenza che hanno subito a causa della cattiveria gratuita e l’ignoranza della gente comune scolpita da Ruben. Forse anche per questo i due artisti non ci presentano le persone a figura intera, essi non lo sono ancora, forse lo diventeranno. Inoltre, Ernesto Fidel realizza dei volti secondo dei precisi crismi accademici, adopera l’oro come nella pittura medievale; Ruben è espressionista, i suoi mezzibusti sono volutamente sgraziati, caricaturali, sono scolpiti nel marmo delle colonne delle chiese. Dal punto di vista estetico, ecco che alla vista si afferma la bellezza somatica e la dignità del “nuovo”, a discapito dell’antico, un rovesciamento di prospettiva che dà un potente ulteriore messaggio all’installazione.


mercoledì 30 marzo 2016

outsider art

Outsider art è una tipologia di arte che, come intuito dal critico Roger Cardinal, identificava certi percorsi estetici collocabili fuori dagli schemi, allontanandosi volutamente dalla prassi dei movimenti e del circuito corrente. Spesso, per sottolineare la peculiarità dell’Outsider art,  si è insistito sulla spontaneità dei percorsi psichici che sono alla base della creazione per paragonare i lavori prodotti a forme di espressione prive di qualunque sovrastruttura e, per questo, assai vicine all’essenza originaria della realtà percepita.



Ovviamente l’idea fondante di questa ricerca estetica nacque grazie all’intuizione di Jean Dubuffet, artista profondamente anticonformista che si è sempre mosso all’insegna della negazione. Infatti l’Art Brut, piattaforma culturale sulla quale si fonda l’esperienza Outsider, si contrappone alle Arts Culturerels, alla “sublimità delle attività superiori”, per giungere infine a qualcosa di non consueto.




Riflettendo sul caso di Dubuffet, quasi spontaneamente, nascono delle domande sulla creatività, sulla realzione “ambigua e complessa –  come afferma il critico Giorgio Bedoni –  tra l’essere umano e la sua opera”. Per questo il percorso proposto nelle sale del Castello Paleologo di Casale Monferrato si dipana tra opere che prima di tutto devono essere intese come fortemente ironiche, configurando un’intelligente testimonianza e una demitizzante rappresentazione della nostra epoca, epoca sempre proposta come un gioco e con uno spirito che, ricordando una definizione data all’opera di Enrico Baj, porterebbe anche questi lavori a essere definiti neodadaisti.