mercoledì 8 marzo 2017

il paesaggio estremo di enrico barberi

All’interno di uno spazio definito, gli estremi sono i due punti più lontani tra loro. Lasciando da parte le congetture fisiche sulla possibilità che nell’infinito gli estremi si congiungano, nel finito essi sono caratterizzati da oggettive diversità che li diversificano.



Enrico Barberi comprende che il paesaggio è un modo di guardare, di capire il lontano e il vicino. Barberi ci invita alla contemplazione, ci invita a osservare attraverso il filtro della fotografia, a guardare con più attenzione, a rapportarci al mondo in un certo modo, avendo in cambio un frammento di un dato avvenimento. Come ha detto Gabriele Basilico, l’inquadratura è un luogo privato di meditazione, un’esperienza assolutamente personale.

Per molti, ciò che osserviamo in estremi è una sorta di dejà vu. I luoghi proposti da Barberi sono, dal punto di vista estetico, sospesi nel giudizio, per quanto possibile. Estrtemi è un dialogo tra orizzonti visuali, è un’unione di squarci di luoghi perché non esiste un luogo ideale, perché il luogo ideale è un posto nel quale ciascuno di noi non è mai stato.

In estremi Barberi si approccia al mondo in una maniera che sembra non cambiare rispetto all’antico – e con antico intendo riferirmi all’estetica dei grandi fotografi di paesaggio –. Il riferimento culturale è quello di Cartier-Bresson per il quale si cerca di fermare lo sguardo su quanto la gente non sarebbe riuscita a vedere in determinati momenti della visione, che è sempre dinamica. I luoghi hanno un’anima e riescono a parlare. È necessario ascoltare il silenzio, il vuoto, l’assenza di accadimenti che aiutano a porsi in relazione con lo spazio senza negare né vita né umanità. Barberi crea una sorta di trait d’union che collega tutti gli spazi. Tra l’Islanda, terra primordiale ancora in formazione, e San Francisco, spazio urbano totalmente condizionato dalle esigenze umane, ci sono tutte le possibili variabili: scattare una fotografia in un determinato luogo conserva la memoria dei precedenti e si colloca idealmente in un archivio che sfaccetta la realtà fino a immortalarla completamente.


Alla base del progetto di Barberi c’è un messaggio che sembra trasmetterci l’idea che ciò che sta avvenendo è una trasformazione del mondo in una grande e immensa città. Barberi parte dal cosa c’era prima, ci offre dei luoghi nei quali la presenza umana è ridotta alla pressoché invisibilità, al silenzio. Non a caso nel primo scatto si individua una figura femminile nel paesaggio, una mater tellus dalla quale tutto proviene; si conclude il percorso con un’ambientazione analoga in cui si vede invece una figura maschile, un principio negatore del precedente che deve essere percepito come una sorta di ultimo uomo sulla Terra, un pianeta desertificato e privo di speranze. In mezzo il resto.

sabato 18 febbraio 2017

italiancode_feat. maurizio galimberti

ITALIANCODE è un collettivo di artisti formato da Stefano Albertini, Luciano Bobba e Max Portale. L’idea alla base del loro percorso artistico è quella di confrontarsi con l’opera di Mimmo Rotella, autore di uno dei passaggi creativi più interessanti della seconda metà del secolo scorso. In questo modo, adoperando le mappe urbane di Milano, usate come vere e proprie tele, essi costruiscono dei percorsi che identificano artisticamente i luoghi principali della città.



I luoghi sono proposti con le tecniche caratterizzanti il lavoro individuale dei tre artisti, così da offrire un saggio di integrazione e di contaminazione delle arti quanto mai aggiornato. Ciò che viene rappresentato è la città, i suoi segni, i suoi colori, lo spazio condiviso dalle persone che quotidianamente lo riempiono con le proprie tracce. Mimmo Rotella è reinterpretato in chiave ironica, attraverso una sorta di recupero di elementi che definiscono un nuovo sistema visivo.



organizate nello stesso linguaggio delle opere di ITCOD, trovano posto alcuni lavori di Maurizio Galimberti, lavori altrettanto ironici che propongono, nell’ottica mimetica e interpretativa di Rotella, lo stesso fotografo in pose e in “abiti” cinematografici, che così risponde alla creatività dell’artista calabrese. Assai interessante è pure un lavoro che integra con alcune polaroid i percorsi urbani del gruppo.

giovedì 9 febbraio 2017

i disegni di guerra di pietro morando

Come già ribadito più volte, Pietro Morando fu un artista di notevole talento che però non riusci mai a affermarsi in modo adeguato al livello che gli competeva. Eppure, vi è una parte del sua lavoro, quella che documenta la sua esperienza di soldato al fronte durante la Prima Guerra Mondiale, che potrebbe collocare il pittore alessandrino tra i più interessanti testimoni della tragedia che sconvolse l’Europa proprio un secolo fa.



Morando realizzava i suoi disegni in momenti di tranquillità, quando si dilatavano le attese dell’azione e egli appuntava su dei fogli di carta le esperienze vissute. Egli era effettivamente libero di interpretare la realtà in cui si trovava immerso, tramandando un racconto che non ha nulla di epico, apparendo per certi versi antieroico, quotidiano, privo di quegli afflati idealizzanti di cui è permeata certa produzione analoga.




Il terrore per l’esplosione, il rannicchiarsi del fante che cerca di porre un rimedio all’ineluttabilità della situazione, il ferito alla testa intontito e choccato, sono brani di una forza espressiva che, come scrive Alberto Ballerino (curatore insieme a Rino Tacchella della mostra alle sale d'arte contemporanea di Alessandria) pone Morando “tra gli interpreti più efficaci della catastrofe dell’uomo nella prima guerra mondiale”. Nell’opera che l’artista ha realizzato sulla guerra non esistono né vincitori né sconfitti, egli rappresenta un’umanità devastata, attaccata alla vita, un’umanità che prende coscienza del proprio limite e che si rassegna alla sopravvivenza. Per questo Morando, con non comune capacità espressiva, non è solo un aedo della guerra, ma anche, e soprattutto, un pittore di uomini.

(vedi anche: Morando pittore di guerra su questo stesso blog)

mercoledì 8 febbraio 2017

l'astrattismo di bruno aller

 Bruno Aller è uno dei più importanti maestri dell’astrattismo contemporaneo. Il lavoro  di Aller ha una conduzione rigorosa, quella di “un artista intellettuale che si interroga sull’essenza dell’arte, senza che il pensiero soffochi la creatività e il gesto” (Simona Pandolfi). Essa parte da una riflessione sulla forma, una forma che talvolta appare disarmonica ma che è la base per la creazione dello spazio pittorico in cui essa compare.



Continuando in questa direzione, la forma elaborata da Aller ha una valenza progettuale precisa, ma si avvale anche di quello che egli definisce “valenza emozionale”. In tal modo il maestro romano costruisce un impianto segnico e cromatico che a tutta prima risulta chiuso, finito, ma che invece lascia delle sezioni che sono degli autentici punti di fuga attraverso i quali l’opera potrebbe continuare, o meglio, ricominciare a manifestarsi in un continuo divenire.




In questo modo la pittura di Aller diventa per l’osservatore un luogo di riflessione: l’opera è ipoteticamente in continua crescita, e in questo modo anche il fruitore assume su di sé la possibilità di crescere e modificarsi, e proprio attraverso il combinarsi di queste due azioni può contribuire, anche in piccola parte, a modificare il mondo.


mercoledì 25 gennaio 2017

le lettere di rudy pulcinelli

Lo spazio della Galleria Lara e Rino Costa  di Valenza sembra adattarsi perfettamente all’opera di Rudy Pulcinelli, artista pratese tra i più importanti autori contemporanei. Il bianco che costruisce lo spazio diventa il fondale per accogliere le sculture concepite e costruite come susseguirsi di lettere, ugualmente bianche, che caratterizzano la sua opera. Esse divengono in questo modo emanazioni dello spazio, aggetti tridimensionali, che creano un preciso rapporto con il fruitore. Non importa la materia con cui Pulcinelli ha creato le sue lettere, autentici segni snaturati nel loro significato assoluto, non importano le loro dimensioni, esse sono frammenti di discorsi, baleni di idee che si moltiplicano nella babele delle lingue contemporanee.



Le lettere di Pulcinelli appartengono a vari alfabeti, sono l’essenza della cultura, sono la comunicazione allo stato puro, rappresentano un mezzo di emancipazione del genere umano, affermano la possibilità di interagire e sconfiggere la morte che interrompe il nostro eloquio, poiché è attraverso il segno scritto che ciascuno di noi continua a vivere.




Le lettere, come già detto, non costruiscono frasi o proclami, esse si propongono come elementi di dialoghi immaginari, si distendono sulle superfici, si muovono intrecciandosi per costruire qualcosa che sta a noi estrapolare. Le culture rappresentate dai segni alfabetici non sono più distanti tra loro, esse partecipano alla creazione di un linguaggio universale, un linguaggio che sottolinea la straordinaria volontà di essere compresi ovunque e da chiunque.

lunedì 16 gennaio 2017

re/turning Out_opere scelte dal F.R.A.C.

Le opere esposte al Castello del Monferrato rappresentano un estratto antologico di alcune tendenze dell’Arte contemporanea. Si tratta in particolare di evoluzioni concettuali che attraverso la contaminazione insistono sulla combinazione di segni figurativi e verbali che in molti casi riescono a costruire dei racconti di senso solo apparentemente compiuto. La rappresentazione linguistica si mischia a quella plastica, la fotografia si integra con la videoinstallazione, in modo da scorrere sui binari paralleli della somiglianza, comunicando gli esiti di esperienze senza priorità o precedenze.

È difficile fare un discorso generale, ogni artista meriterebbe una singola trattazione e ciò permetterebbe di comprende appieno la portata del lavoro nel quale essi sono coinvolti e del quale, bene o male, sono protagonisti. Il discorso che può essere fatto è che ogni opera si presenta come un sistema metartistico a sé, che trae spunto da realtà quotidiane che appartengono all’universo visivo di chiunque, fermandole e estraendole dal flusso temporale continuo e disordinato nel quale sono calate.

Ribadendo l’eterogeneità dei linguaggi, l’esperienza che si ha di fronte alle opere d’arte contemporanea proposte in mostra, si caratterizza attraverso il confronto tra i diversi artisti che operano in questo contesto culturale, artisti che si allineano comunque nell’intento principale di produrre arte mediante l’impiego di documentazioni fotografiche o di reperti corredati da testi scritti. Essi sono: Armando Andrade, Rosa Barba, Etienne Chambaud, Karen Cytter,Gintaras Didziapetris, Sam Durant, Cyprien Gaillard Robert Kusmirowski, Josephine Meckseper, Tom Molly, Lisa Oppenheim e Danh Vo.

martedì 7 giugno 2016

le puntine da disegno di carlo pasini

L’arte di Carlo Pasini è sorprendentemente accattivante. Nel contesto di un discorso di sperimentazione che parte dalla fine degli anni Novanta del Novecento, essa costituisce uno dei più interessanti nuclei di sperimentazione plastica attualmente praticati in Europa. Mischiando elementi Pop e (iper)realisti, Pasini ottiene un prodotto che si colloca idealmente tra passato e futuro. Le sculture da lui proposte, realizzate su una base di poliuretano espanso ricoperto da puntine da disegno o frammenti di materiali colorati, perlopiù pietre o vetri, raggruppano una serie di animali che vengono proposti in atteggiamenti fortemente dinamici, in contesti che evocano i diorami dei musei di Storia naturale e che sembrano interpretare frammenti di video o immagini naturalistici a grandezza naturale.

                                                                                  (foto Sara Pasini)



Lasciando da parte le sculture di animali (attualmente a Palazzo Bottigella a Pavia), Pasini  realizza per la mostra presso i locali della Comunità ebraica di Casale  una sorta di installazione che comprende un tappeto che riprende il disegno della pelle di un serpente e, sempre un'immagine dell’uomo vitruviano. La sua azione artistica avviene posizionando delle puntine da disegno direttamente sul pavimento, seguendo un procedimento simile a quello di un mandala tibetano. L’opera sarà poi sottoposta all’azione dei visitatori che ne varieranno la struttura con interazioni casuali e non predeterminate, provocando rumori simili a quelli della coda del crotalo o di certi strumenti musicali. Inoltre, Pasini vuole invitare il pubblico a riflettere sul materiale stesso, sulla suo essere cromaticamente accattivante e nello stesso tempo capace di pungere, di fare male. Il secondo elemento dell’installazione è una serie di sedili ottenuti con strutture fatte in forma di puntine da disegno conficcate in strutture litiche, sedili sui quali sarà possibile sedersi e meditare sulle possibilità evocative che animano dell’arte di Pasini.


                                                                                            (foto Sara Pasini)

L'artista ha dichiarato che l'immagine dell'uomo vitruviano simboleggia la nostra esistenza e il nostro essere. In un momento di grande crisi e confusione, sembra doveroso riflettere su noi stessi e sul nostro operato, individuale e collettivo. L'uomo al centro dell'universo si è un po' smarrito. La pelle di serpente indica il mutamento, il cambiamento, la possibilità e la capacità che ha l'uomo di adattarsi per sopravvivere. lo scorrere della vita è ciò che siamo, ma soprattutto ciò che vogliamo essere.